La moda, la vita
quotidiana come spettacolo |
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Lo specchio è l’unico a
conoscerci veramente per quello che siamo, è il nostro complice
nel mascherare gli aspetti negativi e nel creare un’immagine
più prossima all’ideale
del nostro io corporeo.
Il senso di sicurezza che procura si dimostra per lo più effimero,
poiché ogni nuovo confronto con esso presenta il rischio
di un nuovo esame. Il sentirsi protagonisti della propria trasformazione,
del miglioramento del proprio aspetto procura anche il piacere
di ammirare una vivace, palpitante reazione di se stessi.
Quest’arte di reinventarsi, di trasformarsi accresce la fiducia
e la sicurezza.
Spesso capita invece che la cura eccessiva del proprio aspetto
corra il rischio di risolversi in una cura
autocompiaciuta della
propria “facciata”.
Questo verrebbe ad assumere la funzione di maschera segno di sconfitta
sul piano dell’incontro e della comunicazione.
Il termine moda, dal latino modus, significa scelta o meglio
un meccanismo di scelte, compiute in base a criteri di gusto
o capricci.
Nel secolo diciottesimo in Francia le classi superiori si vestivano “à la
mode”, così secondo la maniera francese per differenziarsi
dal rigido costume della corte spagnola ancora dominante. La
moda comincia a manifestarsi nel tardo
rinascimento.
Nelle corti rinascimentali circolavano bambole, le “pue”,
riproducenti le varie mode del vestire, veri e propri modelli
attraverso cui l’aristocrazia del tempo si informava sulle
ultime novità. Fu solo alla fine del Seicento che la borghesia ebbe la possibilità di accedere al consumo di generi di
abbigliamento e contemporaneamente comparvero sui primi giornali
i figurini di moda.
Herbert Spencer in “Principi
di sociologia” pone
in evidenza come la moda si differenzi sostanzialmente dai comportamenti
cerimoniali, questi iniziano a far risaltare la disuguaglianza
e le differenze sociali, la moda invece intende produrre la somiglianza,
l’uguaglianza con le classi superiori attraverso una imitazione
competitiva.
Il sociologo individua le radici del fenomeno in due tendenze:
quella dell’imitazione e quella della differenziazione.
La moda è imitazione di un modello dato e appaga il bisogno
di un appoggio sociale, ma anche di diversità e distinzione. |
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La moda non è che
l’espressione esagerata e
superficiale della vita sociale.
Ciò risulta abbastanza chiara nel caso dei costumi
maschili del rinascimento, aderenti e dai colori vivaci che
nel mettere in risalto la forza e lo sviluppo muscolare riflettevano
quel grande flusso di energia che caratterizzava tale periodo.
Il diciottesimo secolo invece, periodo di artificiosità e
raffinatezza dominato dalla frivolezza del cerimoniale di
corte, alla vitale esuberanza preferiva la cipria e le tinte
chiare di abiti raffinati. All’inizio del diciannovesimo
secolo gli abiti seguivano un ideale di straordinaria
semplicità che
non alterava la linea del corpo. L’abito borghese diventa:
pantaloni, giacca, camicia e cravatta, volutamente civile,
sobrio, austero e scuro.
Oggi tale abbigliamento è considerato “divisa
da lavoro”. Tra gli anni 60 e 70 sono i giovani i termini
di riferimento per le generazioni adulte, ed è in
questo fenomeno di ammirazione ed esaltazione della giovinezza
che si individua il fattore che ha agevolato quelle trasformazioni
nella moda che giovanilizzandosi nelle linee, nei colori,
nelle stoffe e negli accessori ha incrinato l’uniformità del
vestito grigio.
Nel mondo occidentale si sviluppa una nuova cultura definita “cultura
di moda”.
Il suo carattere dominante è di essere una cultura
di svago profondamente
permeata sull’erotismo, in cui si cerca di proporre gli ideali
di bellezza, giovinezza e felicita.
La cultura di massa fornisce valori di consumo e modelli comportamentali attraverso
l’informazione il cui compito è precisamente quello di indurre il bisogno
di nuovi beni immessi sul mercato. Tale beni vengono acquistati per il
loro valore extra-funzionale; sovraccaricati di valenze e significati derivanti
da forme di insicurezza ed alienazione e dai più svariati bisogni di carattere
psicologico, diventano dispensatori di gratificazioni, assumono un carattere
magico. Lo shopping, in quanto rivolto all’acquisto senza un preciso bisogno
concreto, è il riflesso comportamentale di un’attitudine
nevrotica nei confronti del consumo. Per poter diventare oggetto di consumo i beni (quelli
di moda in particolare) devono diventare segni come sistema
di comunicazionecome codici continuamente emessi, inventati e reinventati come linguaggio.
In un gioco inesauribile e spettacolare di modelli e colori, la
moda celebra il presente, il fugace, l’effimero. Le sue manifestazioni hanno il carattere
della breve durata.
Il desiderio di diversificazione e di appartenenza al mondo della fortuna e del
privilegio si manifesta nella ricerca dell’esclusività, dell’articolo
firmato.
Un oggetto che potrebbe essere brutto ma essendo stato convertito in bene di
consumo appare bello e diventa costoso perché ha il nome di una stilista
famoso.
Il valore dell’uomo nell’attuale società dell’immagine,
ed i sentimenti di isolamento e di vuoto che caratterizzano l’uomo di
oggi, hanno prodotto un individuo antisociale nell’intimo, per il quale
il diritto di realizzazione di sé è diventato prioritario.
I mezzi di comunicazione di massa gli forniscono una molteplicità di
modelli comportamentali “vincenti”. Egli desidera non
tanto la stima quanto l’ammirazione, il fascino
e l’eccitazione della celebrità.
Il tipo di celebrità da rincorrere è, come la moda stessa, evanescente,
il suo interesse scompare non appena perde la patina dell’attualità.
Il sé risulta consistere essenzialmente nella propria immagine riflessa
negli occhi degli altri.
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Il linguaggi del proprio aspetto
mira a catturare il consenso, l’approvazione
e l’ammirazione. Le apparenze non rimandano alla realtà ma diventano
esse stesse la realtà. La creazione di sé è diventata la
forma più elevata di creatività. L’aspetto individuale oggi
viene sempre più finalizzato ad una società teatrale
che si compiace di se stessa, fatta di comparse, autorappresentazioni che rendono la comunicazione
possibile solo a livello di facciata. L’uomo moderno sente la forma come
contenuto; nella cura del proprio look cerca una maschera con cui creare e
rappresentare il personaggio scelto.
Così anziché scegliere la moda la subisce trasformandosi in inanimato
a cui gli abiti vengono sovrapposti, ma con i quali non si esprime e non si da
un’identità.
Liberamente tratto e adattato da:
“Psicologia dell’abbigliamento” di
J.C. Flùgel
“Il vestito parla” di N. Squicciarino |
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